Cosa ci ha insegnato Alda Merini ?

Cosa ci ha insegnato Alda Merini ?

Uno scatto tratto dalla mostra Alda Merini e Alberto Casiraghy: storia di un’amicizia. La rassegna sul sodalizio tra la poetessa e l’editore-artista brianzolo sarà aperta fino al 10 novembre alla Casa museo Boschi Di Stefano a Milano. Qui, il 1° novembre, sarà presentato il saggio di Annarita Briganti “Alda Merini. L’eroina del caos” (Cairo)

La guerra, il manicomio, gli amori. E la scrittura, vero inno alla libertà: un saggio rivela un volto inedito, e più attuale che mai, della “poeta” scomparsa 10 anni fa

Scrivere una biografia di Alda Merini è come fare un puzzle, ma tutti i pezzi sono nascosti, sparsi attorno, misconosciuti. Come dico a conclusione del mio libro Alda Merini, L’eroina del caos (Cairo), per capire chi è la poeta – come si definiva, al maschile – bisogna scavare molto nel tutto che avvolge le icone come lei. Del resto, in uno dei suoi aforismi, lei stessa dice: «Da anni indago sul caso Merini». Un’indagine che ho condotto anche io a lungo per ricostruire il suo cerchio magico e la sua vita romanzesca, grazie anche a una ventina di testimonianze inedite, più un testo del cardinale Gianfranco Ravasi, suo consigliere spirituale.

È stata una donna, oltre che un’artista, che non ha mai avuto paura di mostrare i segni delle cure, della poesia e del tempo sulla sua anima. e sul suo corpo

Alda Merini paragonava il manicomio a un lager

La scoperta più grande è stata che Alda Merini, scomparsa 10 anni fa a Milano a 78 anni, non era pazza o, per meglio dire, soffriva di un disagio psichico che oggi con la terapia della parola, con farmaci più avanzati e con metodi meno brutali sarebbe stato curato in modo diverso. Viene in mente Virginia Woolf, definita dai medici della sua epoca una isterica, diagnosi che in gioventù tocca anche a Merini. Alla scrittrice inglese strappano i denti e lei, nel 1941, si suicida.

L’“eroina del caos” passa 12 anni nell’ex Ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano, più una ricaduta nel periodo di Taranto, quando si risposa con un anziano poeta e medico del posto dopo la morte del suo primo marito, per poi rimanere di nuovo vedova. Paragona il manicomio a un lager. Ha per tutta la vita paura dell’acqua perché al Pini li mettevano tutti in fila nudi e li lavavano con delle pompe. Definisce gli elettroshock “fatture”, fatture che abbrutiscono lo spirito e la mente dei pazienti.

Eppure, sopravvive a tutto questo e… ricomincia a scrivere: poesie, aforismi, memoir più vivi che mai, da leggere e da rileggere. Una duplice sopravvissuta visto che lei, nata a Milano il 21 marzo 1931, deve affrontare pure la Seconda guerra mondiale. I bombardamenti distruggono la sua casa d’infanzia, si rifugia a Vercelli, torna a piedi a Milano povera in canna, come direbbe lei.

Si oppongono alla sua vocazione artistica anche i genitori

Il disagio psichico della Merini nasce dai traumi dovuti al conflitto bellico, aspetto finora molto sottovalutato. Difficile anche la sua affermazione in un mondo della poesia prevalentemente maschile, che non le perdona il successo. Si oppongono alla sua vocazione artistica, subentrata alla sua vocazione religiosa quando da bambina vuole farsi suora, anche i suoi genitori: i versi non danno il pane. Per non parlare dei tanti amori, molti di testa, delle delusioni, delle difficoltà materiali.

La goccia che fa traboccare il vaso è un litigio con il suo primo marito, ma la malattia viene da lontano e dobbiamo al modo diretto, senza filtri, con cui Merini ne parla il fatto che la “pazzia” non sia più un tabù. Adesso sappiamo che se non stiamo bene, possiamo, dobbiamo chiedere aiuto. Alda Merini è Alda Merini non grazie al manicomio, ma nonostante il manicomio. Meritava una ricostruzione della sua esistenza sempre in salita, e infatti nel libro ci sono quei 12 anni, ma c’è anche tutto il resto.

La poeta dei Navigli era anche la poeta della gioia

Chi è questa donna quando, giovanissima, s’innamora, ricambiata, di Giorgio Manganelli e diventa la sua amante? Lo spiega la figlia di Manganelli, Lietta. Che madre è per le sue 4 figlie, Emanuela, Flavia, Barbara e Simona Carniti, che le vengono tolte? Una buona madre, anche in questo caso nonostante tutto, come racconta in una lunga intervista alla fine del volume Barbara, che abbatte un altro cliché. La poeta dei Navigli – dove c’era la sua casa con i numeri di telefono scritti sulla parete, ora esposta nello Spazio Alda Merini di Milano –, la poeta degli ultimi era anche, dice Barbara, la poeta della gioia.

«Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso un inferno. Per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara» dichiara Merini, icona di libertà. «Sarò brava però non spolvero. Togliete la polvere dalle ali delle farfalle e non volano più» è un’altra sua affermazione. Testimonial perfetta anche contro il body shaming. Una donna, oltre che un’artista, che non ha mai avuto paura di mostrare i segni delle cure, della poesia e del tempo sulla sua anima. E sul suo corpo.

fonte: donnamoderna .it di Annarita Briganti