Grumo Nevano, L’Amministrazione Comunale ricorda il 10 febbraio, giornata del ricordo delle vittime delle foibe.

Grumo Nevano, L’Amministrazione Comunale ricorda il 10 febbraio, giornata del ricordo delle vittime delle foibe.

L’Amministrazione Comunale di Grumo Nevano ricorda che il 10 febbraio si celebra “Il Giorno del Ricordo”. E’ una solennità civile italiana istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92, decretata nel 1996 dall’Onorevole Luciano Violante, all’epoca presidente della Camera,  per conservare “la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.

Per tale occasione, L’Amministrazione Comunale ha organizzato un incontro Istituzioni / Scuola,  presso la Biblioteca Comunale “D.Cirillo”, anticipato al giorno 09 Febbraio per motivi organizzativi, dove alle ore 09.00 verrà proiettato il film “IL CUORE NEL POZZO” seguirà un dibattito con gli studenti presenti.

Un po di storia…..
Le foibe sono cavità carsiche di origine naturale con un ingresso a strapiombo, ma nel corso degli anni, ha assunto un nuovo significato, con esso, oggi, si intendono i massacri ai danni della popolazione italiana. Secondo le recenti stimele vittime dell’eccidio delle Foibe furono tra le cinquemila e le diecimila: un dato di certo molto vago, frutto del silenzio che per circa un cinquantennio ha circondato il ricordo di tale massacro. Ad essere uccisi non furono solo fascisti e avversari politici, ma anche e soprattutto civili, donne, bambini, persone anziane e tutti coloro che decisero di opporsi alla violenza dei partigiani titini. “Le foibe – sintetizza lo storico triestino Roberto Spazzali – furono il prodotto di odii diversi: etnico, nazionale e ideologico. Furono la risoluzione brutale di un tentativo rivoluzionario di annessione territoriale. Chi non ci stava, veniva eliminato”.

Infatti le indescrivibili violenze anti-italiane in Istria, che culminarono in due fiammate terrificanti fatte di deportazioni, uccisioni sommarie, sevizie, annegamenti, infoibamenti – la prima, nei mesi successivi all’armistizio dell’8 settembre 1943 e la seconda, con la fine della guerra nel 1945 – costarono la vita a migliaia di italiani.

La prima ondata di violenza esplose in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicarano contro i fascisti e gli italiani non comunisti. Torturarono, massacrarono e poi gettarono nelle foibe circa un migliaio di persone ritenendoli nemici del popolo. La seconda ondata di violenza vi fu successivamente, quando la Jugoslavia occupò Trieste, Gorizia e l’Istria.

Le truppe del Maresciallo Tito presero di mira gli italiani gettando dentro le foibe fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini. L’agghiacciante testimonianza di Graziano Udovisi, l’unica vittima del terrore titino riuscito a salvarsi per puro caso, ha contribuito a riportare alla memoria l’orrore della carneficina frutto dell’odio politico-ideologico e della pulizia etnica voluta da Tito.

Solo quando venne fissato il confine fra l’Italia e la Jugoslavia nel 1947 che ebbe fine la persecuzione. In quell’anno l’Italia ratificò il Trattato di pace che poneva fine alla Seconda guerra mondiale: l’Istria e la Dalmazia vennero cedute alla Jugoslavia. Trecentocinquantamila persone si trasformarono in esuli, scappavano dall’orrore, senza possedere nulla dall’Italia che non l’aveva accolta. La sinistra italiana li ignorò perché non suscitava solidarietà chi stava fuggendo dalla Jugoslavia, da un paese comunista alleato dell’URSS, in cui si era realizzato il sogno del socialismo reale. Come ricorda lo storico Giovanni Sabbatucci, anche la stessa classe dirigente democristiana considerava i profughi dalmati ‘cittadini di serie B’, e non aveva interesse per la tragedia delle foibe. Né i neofascisti, sembrarono disponibili a rinnovare il ricordo di cosa avvenisse alla fine della seconda guerra mondiale nei territori istriani.